domenica 3 luglio 2011

Adotta un alveare - Bollettini di giugno

15 giugno 2011.
Buongiorno.
È un paio di giorni che, infine, s’è affacciata l’estate, dopo queste lunghe e forti piogge che abbiamo subito.
Il castagno è stato bottinato, quel poco che s’è salvato dall’acqua, ed ora le nostre stanno allegramente svolazzando su tiglio, lavanda, quel che resta del timo e della santoreggia, non disdegnando la malva selvatica e, nell’orto, le zucchine, in bella compagnia di stormi di farfalle e apidi di vario genere: c’è un traffico, sulle lavande e sul tiglio, che a stare a guardare ci si riposa.
Tuttavia, data l’umidità delle passate settimane, le nostre non hanno ancora opercolato del tutto l’acacia, così che abbiamo, nei melari, questa situazione in cui in alto c’è il melario di acacia, sotto un melario mezzo completato con acacia, un po’ di castagno e quel tiglio che sta ora giungendo, e, in alcuni –pochi- un terzo melario, dato che i primi due eran pieni, che stanno ora costruendo e, man mano, riempiendo di millefiori.
Invero potrei togliere l’acacia, che, se non ancora chiusa, è però asciutta, ma quest’anno è così bella che voglio vedere di toglierla quando è completamente opercolata, così che sia perfetta.
Ah, vanitas vanitatum!
Con questa pignoleria, così, non ho tolto altro miele di quel che già vi ho detto: mah!
Vorrà dire che lavorerò di più dopo.
Una annotazione: nel computo fra brune e bionde, le bionde stanno decisamente staccando le sicule, per quanto riguarda la cosiddetta rimonta, la capacità, cioè, di fare famiglia velocemente partendo da nucleo o dopo sciamatura o dopo interruzione della deposizione; mentre nella quantità di miele, a parità di forza, sulla distanza non vi è più la sproporzione del mese scorso, anche se le ligustiche sono comunque superiori alle sicule.
Io tengo i conti, poi alla fine vediamo.
Il polline, questo sconosciuto.
La prima cosa che vi dico è che io normalmente non lo recupero, e l’anno che lo faccio ne prendo pochissimo e solo per me, egoista che sono, non per vendere.
Di solito lo lascio asciugare un poco e poi, senza farlo seccare del tutto, lo metto sotto miele, in piccoli barattoli che finiscono poi in frigorifero, nella parte delle verdure.
D’inverno è davvero fantastico.
Ma dunque: il polline è polvere assai fine che racchiude in sé il materiale genetico maschile dei fiori di ogni tipo di piante che ne siano provviste.
Ogni granulo è portatore di tutto ciò che serve alla vita: protidi, glucidi, Sali minerali, oligoelementi, vitamine, ormoni ed enzimi.
Tuttavia grande è la varietà dei pollini, sia dal punto di vista della forma che del colore che delle proprietà, e, guardando al microscopio la forma dei granuli, che comunque sono contenuti nel miele, si riesce a capire da che tipo di pianta derivi.
Abbiamo così pollini di colorazione che varia dal giallo paglierino al nero, passando per l’arancione, il rosso, il verde-blu, il marrone.
Accade che l’ape bottinatrice, il cui corpo è completamente coperto da sottilissimi peli, entrando nel fiore per suggere il nettare resti completamente coperta da questa finissima polvere, che, fra un volo e l’altro, inizierà a raggruppare, impastandola con saliva e nettare, fino a creare due pallottoline che posizionerà nei “cestelli”, che sono una specie di segmenti uncinati posti vicino le zampe posteriori.
A carico completato, e ci vogliono circa un centinaio di fiori per farlo, l’ape torna a casa, dove il polline verrà sistemato nelle cellette, in posizione adatta ad essere utilizzato per l’apporto proteico necessario a far crescere le nuove larve.
Due cifre: una pallina di polline pesa circa 5 milligrammi; sono necessarie circa cento-centocinquanta visite di un’ape ai fiori per completare un carico; il fabbisogno medio di un alveare, all’anno, è di circa 30 chilogrammi. Fatevi due conti.
A fronte di tutta questa fatica, come facciamo noi a prenderci la sostanza di sole?
Con la furbizia, naturalmente. E’ caratteristica dell’uomo sopperire alla propria inferiorità rispetto al regno animale (e vegetale) usando quel che alcuni definiscono ingegno e altri frode: studiando le abitudini e le caratteristiche dell’animale o della pianta e trovando immancabilmente il punto debole, e spesso però perdendo di vista il fatto che è questo stesso comportamento ad essere un  punto debole, alla lunga: il predatore fa così.
Ma io divago.  Ci sono alcuni modi per recuperare il polline: si basano tutti sul fatto che l’ape tende a finire quel che ha iniziato: quindi, se è carica di polline, lo vorrà portare nell’alveare; la porta di entrata viene quindi ostruita da una griglia con dei fori che permettono appena il passaggio della bottinatrice: la pallina di polline si staccherà e cadrà in un cestello sottostante.
Le trappole possono essere poste all’entrata o, una volta ostruita completamente questa, può essere messa sul tetto, sotto il coprifavo, ma il discorso non cambia.
Di fatto si sottraggono alla famiglia scorte proteiche, e bisogna stare attenti a non indebolire troppo la covata, dunque; tutte le pratiche apistiche, di fatto, indeboliscono la famiglia, tuttavia, strutturati come sono gli alveari, e con la dovuta intelligenza, la sottrazione del miele non è dannosa, se fatta nel rispetto delle esigenze dell’ape.
Ma prelevare polline, per non parlare della pappa reale, di cui magari faremo cenno una prossima volta, è un’influenza più marcata sulla conduzione della famiglia: come se il nostro datore di lavoro dicesse: “scusa, ma questo mese ti prelevo un decimo dello stipendio, perché me lo metto via per l’inverno”.
Gli apicoltori che producono polline per venderlo ne trattengono, con le trappole, circa il 10-15%: può sembrare una piccola percentuale ma non lo è. Facendo due conti, vuol dire che posso trarre circa tre chili di polline all’anno per alveare…
Così le volte che decido di farmi una scorta di polline per l’inverno saltello da un alveare all’altro, lasciando la trappola un giorno solo per alveare, e stando ben attento a metterla solo a quelli più forti, nei giorni di calore o di luce: capite bene che non è comportamento da tenersi se si vuole fare business.
Tuttavia il polline è un concentrato di sostanze proteiche: 100 gr di polline equivalgono a circa 500 gr di carne; questo significa che un paio di cucchiai rasi coprono il fabbisogno proteico giornaliero di un adulto.
Ma non solo: nel polline vi sono glucidi, soprattutto glucosio e fruttosio, ma anche lattosio; acidi insaturi, con proprietà anticolesterolo; vitamine, in particolare A, B, PP, C; sali minerali, oligoelementi, enzimi, sostanze antibiotiche, una sostanza stimolante la crescita e la rutina, una componente in grado di aumentare la resistenza capillare.
Dunque sarebbe buona cosa assumere polline, dato che alla fine, sintetizzando, lo si può considerare tonico, riequilibratore, e anche disintossicante; ma penso che siano le proprietà strettamente terapeutiche che possano giustificare l’uso e quindi il moderato prelievo dalle famiglie: in fondo se non c’è sfruttamento è giusto chiedere aiuto alla natura.
Il polline contiene fermenti ed un antibiotico naturale simile alla penicillina, che lo rendono prezioso per l’intestino; gli aminoacidi presenti hanno una azione regolatrice sul sistema nervoso; ha un grosso potere antianemico, soprattutto nei bambini; stimola la crescita ed è prezioso nelle convalescenze.
Inoltre: nel momento della fecondazione dei fiori, il polline crea sostanze attive fra cui un enzima, che si chiama super-ossido-dismutasi, che agisce sulle cellule umane, proteggendole dai fattori degenerativi alla base dell’invecchiamento, nonché dell’arteriosclerosi, ed in grado di abbassare colesterolo e trigliceridi.
Adesso tutti a comprare polline, naturalmente…
Tuttavia, esseri utopici come siamo, fantasticare di una società in cui le api fossero diffuse mille e mille volte in più di come sono, in cui quasi ogni famiglia, o ogni gruppo, abbia alveari sufficienti per sé, senza necessità di super produzioni o sfruttamenti, con regine di ecotipi locali, integrate nel territorio come stanziali, senza nomadismo o commercio…con una alimentazione che vada verso una riduzione della produzione di carne e degli zuccheri raffinati perché si possono sostituire, con tutto l’indotto differente che ne deriva, in termini di etica e di qualità della vita, di occupazione e di responsabilizzazione…
Basta così: lo spirito non muore mai, è vero, ma anche il silenzio va bene.
Ora vi saluto, ci risentiamo fra qualche giorno, la prossima settimana; spero di darvi ragguagli su nuove smelature.
Magari anche due parole su propoli e pappa reale, già che ci siamo.

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17 giugno 2011.
Buongiorno.
Oggi è brutto tempo e allora scrivo.
Dedicato a Gianfranca.
La propoli è una sostanza resinosa bottinata sulle gemme di svariate piante: soprattutto pioppi e conifere, ma anche salici, querce ed olmi.
La nostra amica stacca, con le mandibole, frammenti di resina balsamica e, per poterne fare palline per poi trasportarle, rigurgita polline ed enzimi, con i quali impasta la resina, e la stessa cosa faranno le api che, al suo ritorno all’alveare, la accoglieranno per aiutarla a liberarsi dall’appiccicoso carico.
Come si vede, le api manipolano e trasformano ogni cosa che importano, e più una cosa è trasformata, come ad esempio la propoli, più acquista valore biologico, chè viene passata e ripassata e continuamente arricchita.
Cosa se ne fanno le api della propoli?
Una marea di cose: soprattutto come materiale da costruzione, ad esempio per variare l’entrata dell’alveare, se prevedono un inverno particolarmente freddo; per riparare i favi rotti; per sigillare le fessure; per verniciare le pareti dell’arnia; per imbalsamare insetti o piccoli animali penetrati e da loro uccisi ma che non possono trasportare all’esterno; per disinfettare e sterilizzare le cellette destinate alla deposizione delle uova, e via dicendo.
La propoli si presenta come una resina che varia di densità a seconda della temperatura: sotto i 15 gradi è secca e friabile, oltre è gommosa e appiccicosa; ha un colore che varia dal giallo intenso al bruno scuro, passando per le sfumature del rosso; ha odore molto aromatico e così pure il sapore, da grezza, sa di cera, miele, resine: trovo che sia un sapore molto selvatico e aspro.
Ci sono sostanzialmente due modi per ricavare propoli dagli alveari: uno, il più semplice e naturale, è quello di raschiare, a fine stagione, i telaini dimessi, i melari e gli alveari stessi; ad esempio io ogni due anni sposto le famiglie in alveari nuovi o ripuliti, passati alla fiamma per disinfettarli: quando trasferisco la famiglia poi raschio la casetta ed ottengo una certa quantità di propoli.
Il secondo modo è quello di costringere le api a produrlo: le api sono molto puntigliose e non sopportano le fessure e gli spazi vuoti se sono più piccoli di una certa misura, sicchè è sufficiente appendere sul cielo dell’alveare una rete, di metallo o di plastica, tesa da un telaio: le api la riempiranno di propoli per tappare tutti i buchini; quando la rete è completamente satura si toglie, si mette in freezer qualche ora e poi si sbriciola.
Questa propoli è pura, di alto valore commerciale perché pulita, ma biologicamente povera perché è stata trattata poco dalle api; la propoli da raschiamento, invece, è grezza e sporca, piena di pezzetti di api, di cera e d’altro che andranno pazientemente tolti prima di sciogliere la resina, ma possiede un alto valore biologico, è stata passata e ripassata da migliaia di api, che l’hanno arricchita di enzimi e tracce di polline.
Indovinate che sistema uso io.
Tuttavia non è finita: bisogna poi trasformare la propoli in modo tale che possa essere utilizzata da noi umani, e qui la fantasia si spreca, specie con le nuove tecnologie.
In commercio si trovano propoli di svariati tipi: in soluzione glicolica, alcolica, in polvere, in estratto acquoso, estratta con etanolo (!), liofilizzata e chi più ne ha più ne metta.
Le estrazioni stesse variano, come percentuale di propoli, dal 3% fino al 33%, e questo vi dà la misura di come si possa ottenere, con la stessa quantità di resina, quantità molto diverse di prodotto finale. 
Nel caso delle estrazioni alcoliche, poi, vi è grande varietà di grado alcolico del solvente, da 45° fino ai 95°, per non parlare del tempo di estrazione, con variabili dai quattro giorni ai quarantacinque.
Come potete immaginare, grandi discussioni vengono fatte su quale sia la modalità migliore…
Io, per non saper né leggere né scrivere, mi attengo alla tradizione antica, in cui si utilizzava la proporzione del 33%, cioè una misura di propoli su tre di solvente, cosa che riduce di molto la quantità di prodotto finale, che risulta ovviamente più concentrato, e prolungo l’estrazione ai quaranta giorni, come ogni bravo alchimista fa.
Ritengo che il ventaglio di sostanze estratte sia in questo modo parecchio ampio, anzi, il più ampio possibile, perché il tempo serve in tutte le cose e quindi anche nell’estrazione della propoli.
Per quanto riguarda poi il grado alcolico dipende dall’utilizzo che poi ne farò: se per assunzione orale o per far unguenti o da miscelare col miele.
Le proprietà della propoli sono un lungo elenco: essenzialmente antibiotiche e antibatteriche, ma anche cicatrizzanti, anestetiche, antinfiammatorie; è sostanza altamente fungicida e quindi antimicotica ed antiparassitaria, tanto da essere utilizzata anche per le piante, con ottimi risultati.
Inoltre pare abbia proprietà antireumatiche, antiossidanti, immunologiche.
Basta? 
È utile in caso di anemia, soprattutto nelle affezioni dell’apparato respiratorio, nelle infezioni dentarie e dell’apparato urinario e genitale; è fantastico per la pelle, sia per eczemi che per screpolature, geloni e compagnia bella; in un paio di giorni vi secca l’herpes.
Gli antichi egizi la usavano per imbalsamare i defunti, ma a noi questa attività non interessa.
I violini stradivarius erano famosi per il suono perfetto, e si dice che la maestria del fabbricante fosse aiutata dalla propoli, sotto forma sia di vernice che di mastice.
Con buona pace di Gianfranca, quindi, non si arreca alcun danno alle api a prelevare propoli: al massimo le si fa lavorare di più; l’unico punto dolente è che la propoli, in quanto conservante, si comporta come tale sia con le sostanze buone che con quelle tossiche, quindi sarebbe meglio non utilizzare propoli proveniente da allevamenti dubbi o, magari, d’importazione, che probabilmente contengono antibiotici o altre schifezze.
 Vi sono poi una serie di variabili sulle modalità di assunzione, un po’ di leggende metropolitane sulle proprietà e un po’ di confusione su chi come e quanto se ne possa prendere, ma qui si va sulla personale interpretazione.
Indubbiamente le api fanno un gran lavoro per noi, che davvero dovremmo creare una bolla di protezione attorno a loro.
Molti sostengono, a partire da Einstein, che se le api scomparissero di colpo la razza umana non reggerebbe più di tre anni; non so se sia vero ma certo si avvicina alla verità, e certo dà la misura della sproporzione fra quel che le api fanno per noi e quel che noi facciamo per le api.
Ma questo è un discorso che si potrebbe fare per molte cose della natura.

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20  giugno 2011.
Buongiorno.
Un prodotto delle api cui di solito non si presta particolare attenzione è la cera.
Un tempo la cera era considerata indispensabile per il quotidiano: candele per l’illuminazione, trattamenti per il legno, tavolette per la scrittura, un ampio uso cosmetico e terapeutico, un notevole, in alcune civiltà, uso religioso, veniva utilizzata nelle arti, scultura e pittura, e così via.
Oggi, fra prodotti di sintesi e materiali artificiali che è meglio non si conservino così se ne vende di più, la cera ha visto ridurre grandemente il proprio campo di intervento.
Inoltre un tempo l’estrazione del miele richiedeva la distruzione dei favi di raccolta, quindi la produzione di cera era notevole e rappresentava una entrata cospicua per l’apicoltore; oggi, con i moderni alveari, non è più necessario distruggere i favi e la cera viene ricavata soprattutto dagli opercoli, in fase di smielatura, e dallo scioglimento di favi vecchi o danneggiati.
Tuttavia la cera conserva quel che riceve, ed è buona norma igienica far sì che le api ne producano in continuazione.
Le api producono cera dopo esser state nutrici e prima di divenire bottinatrici, cioè fra il decimo ed il diciottesimo giorno di vita, e lo fanno trasudando dall’addome un secreto liquido che, a contatto con l’aria si indurisce; l’apina poi lo maneggia con le mandibole aggiungendo polline e propoli ed impastandolo.
Le ceraiole si organizzano in lunghissime catene, tenendosi per le zampine, passandosi il materiale di costruzione ed erigendo quella meraviglia dell’ingegneria che è il favo.
In natura, s’è detto, i favi vengono costruiti dall’alto in basso, allargando man mano una forma che ricorda quella di un cuore, nelle tre dimensioni, ed orientando la costruzione sull’asse sud- nord.
In un quadrato di dieci centimetri di lato vengono costruite, pensate un po’, circa quattrocento cellette, leggermente inclinate verso l’alto per ovvi motivi, e la distanza fra gli assi dei favi è di circa 37 millimetri.
Per produrre un chilo di cera le api consumano circa sei-sette chili di miele: questo vi dà una idea del perché sia conveniente, dal punto di vista economico, fare in modo che le api non producano cera.  Infatti oggi si vedono in giro telaini con favi di plastica stampata, certamente pratici e comodi per l’apicoltore: ma che tristezza per le api!
Inoltre la cera, pur essendo un materiale così meraviglioso, è, ridotta in fogli cerei da reintrodurre nell’alveare, estremamente fragile, e l’apicoltore moderno è frettoloso, e spesso parecchio interessato soltanto a far produrre molto le sue operaie; così, molto più sovente di quanto si creda, la cera utilizzata per costruire fogli cerei è addizionata a paraffina, introducendo così negli alveari un bel derivato dal petrolio, solo con la motivazione che i fogli sono più resistenti e si rompono di meno maneggiandoli.
Insomma, bisogna avere gli occhi anche dietro la testa…
Personalmente uso la cera in eccedenza in questo modo: la più parte la porto ad una ditta che la scioglie, la sterilizza e ci fa fogli cerei con cui rinnovare, l’anno dopo, i telaini, così so che negli alveari non metterò paraffina; quella che recupero dalla disopercolatura, cioè la cera bianca, di poche settimane, la utilizzo per farci unguenti; la restante la sciolgo e ci faccio candele ad immersione.
A volte, se mi gira, utilizzo pezzi di favo opercolato (ormai sarete assuefatti al gergo…) per fare vasetti, appunto, di miele col favo: si mette in bocca un pezzo di favo, si mastica e si gusta il miele così come lo hanno chiuso le api, senza centrifuga né altro; infine si sputa la cera e ci si bea.
La cera in sé, per il suo modo di essere stata creata, ha proprietà terapeutiche, soprattutto antisettiche: in particolare masticare favi, che sono fatti con cera recentissima, sfiamma le gengive, funziona con gli attacchi di sinusite e nei raffreddori.
Ma anche senza acciacchi va bene. Anzi.
Oggi non ho novità per quanto riguarda le sicule, né tantomeno per le bionde: sto aspettando un paio di giorni non umidi per andare a vedere se è possibile mettere gli apiscampo e recuperare un po’ di miele da smelare.
Volevo tuttavia proporre agli amici del GAS un paio di date nel mese di luglio, nel caso si volesse organizzare un salto collettivo qui da noi, come da un po’ si pensa di fare: per noi andrebbero bene sabato 2 o sabato 30, per una merenda sinoira, vedendosi verso il tardo pomeriggio, e se qualcuno avesse l’uzzolo di un incontro ravvicinato con le api me lo dirà, così ci organizziamo.
Ho maschere e guanti per tre o quattro persone, però non arrivatemi con i pantaloni corti…
Mi farà piacere presentarvi la mia famiglia, naturalmente, ma anche i cavalli, i cani e i gatti, ed anche un paio di topi domestici…
Mi dice Graziano che vi incontrerete fra un paio di giorni: ho voluto anticipare così si ha agio di pensarci.


martedì 14 giugno 2011

Adotta un alveare - Bollettino del 7 giugno

Buongiorno.
Piove…
Forse qualcuno fra coloro che han fatto la danza della pioggia la scorsa settimana non sa di avere poteri davvero fuori dal comune…
Ma, fra piogge, blackout internettiani, temporali tropicali e nebbie autunnali siam qui, e siamo anche riusciti a sottrarre un po’ di acacia alle nostre, a smielarla e a restituire alle fanciulle i melari vuoti da asciugare.
Abbiamo dunque in maturatore i primi quaranta (circa) chili di acacia delle sicule.
Ora si tratta di lasciarla riposare, di schiumarla, di mescolarla e poi sarà disponibile.
Nel frattempo avrà anche smesso di piovere, si spera, e non fate la danza del sole!, così sarà possibile ritirare gli altri melari con l’acacia dentro o, se nel frattempo il castagno, fra uno scroscio e l’altro, avrà cambiato contenitore, dal fiore alla celletta, recupereremo un po’ di millefiori.

Due parole sul miele?
Il miele è stato per millenni l’unico alimento dolcificante, ma in realtà ha sempre avuto, assieme a questo utilizzo, e spesso in modo più rilevante, il connotato di un elemento curativo, se non addirittura di una panacea.
Nel secolo scorso, con le radicali modifiche intervenute nell’alimentazione, è stato soppiantato dallo zucchero raffinato, indubbiamente più pratico e che possiede produzione, conservazione e distribuzione più razionali, oltre a permettere, naturalmente, più vantaggi economici, soprattutto continuativi nel tempo.
Tuttavia esiste un preciso rapporto fra eccessi alimentari, riguardanti carne, grassi animali, sale e, appunto, zuccheri raffinati, e l’insorgenza di alcune malattie metaboliche come diabete, malattie cardiovascolari, e alcuni tipi di degenerazioni cellulari.
Lo zucchero, in particolare, è considerato dannoso perché risulta troppo eccitante, provoca fermentazioni intestinali, richiede, per essere utilizzato, l’uso, da parte dell’organismo, di vitamina B, che, non essendoci nello zucchero stesso, viene sottratta ad altri processi metabolici che quindi vengono squilibrati; provoca inoltre un rialzo della glicemia, un aumento del colesterolo e tende a far accumulare i grassi nei tessuti; per tralasciare il discorso riguardante carie e impoverimento dei Sali minerali tessutali.
Il miele non presenta nessuna di queste caratteristiche.
Quando le api portano il nettare all’alveare, esso è costituito, come abbiamo già detto, circa dall’80% di acqua. Nel processo di trofallassi, cioè il passarsi di ape in ape il raccolto, il nettare non viene solo asciugato, ma anche addizionato di enzimi, cioè a dire ingurgitato e rigurgitato, e in questo passaggio, ripetuto milioni di volte, arricchito di sostanze ghiandolari che lo fanno pian piano, diventare miele.
Queste secrezioni sono ricche di fermenti, fra le altre cose, e trasformano i polisaccaridi in zuccheri semplici; l’amido viene trasformato in glucosio, e il saccarosio viene mutato in glucosio e fruttosio: non è un semplice asciugamento, altrimenti non avremmo miele, ma nettare senz’acqua.
Il prodotto finale, ottimizzato e chiuso nelle cellette opercolate, è dunque una sostanza predigerita e quindi particolarmente assimilabile dall’organismo.
Il miele ha perciò un alto valore energetico, e bisogna sapere che il glucosio presente nel miele passa nel sangue più velocemente del saccarosio presente nello zucchero bianco, che è del resto privo di sostanze vitali; non provoca squilibrio metabolico, perché contiene il complesso vitaminico B e in particolare la vitamina B1, ed un gran numero di oligoelementi.
Nell’antichità veniva usato come unguento su piaghe e ferite, grazie alle proprietà antimicrobiche, e per la cura delle malattie dell’apparato digerente, e della pelle.
In Mesopotamia veniva usato come stimolante della circolazione e in ginecologia.
In Grecia erano note le proprietà cicatrizzanti, emollienti e veniva usato per il mal d’orecchi.
Nella cultura islamica ha molte proprietà terapeutiche, non ultima come rimedio contro la tubercolosi.
Fra i Nativi Americani viene considerato alimento energetico e rimedio per le affezioni dell’apparato digerente, respiratorio e urinario.
Nella nostra cultura il miele è universalmente riconosciuto come ricostituente  e valido per infiammazioni dell’apparato respiratorio.
Nei paesi dell’Est sono note sperimentazioni ospedaliere su cicatrizzazioni di ferite e ustioni anche molto estese con l’esclusivo utilizzo di miele di acacia.
Insomma, se ve la andate a cercare troverete una sterminata letteratura sulle proprietà e sui vantaggi dell’utilizzo del miele, di per sé o al posto dello zucchero raffinato.
Qualcuno ha anche affermato che rallenta il fisiologico processo di invecchiamento, ma magari ne riparliamo fra una trentina di anni…
E il nostro miele?
Il miele, si sa, possiede molte proprietà medicinali, perché il processo digestivo delle api conserva i principi attivi delle piante da cui deriva.
Il miele di acacia è particolarmente adatto a bambini e convalescenti; lavora sulle infiammazioni delle mucose, specialmente dell’apparato respiratorio e gastrointestinale. Sembra sia tollerabile, in piccole dosi, dalle persone diabetiche.
Qui non facciamo altri monofora, perché il castagno non è mai prevalente, né il tiglio.
Il millefiori sarà quindi composto, con proporzioni variabili negli anni, da tiglio, castagno, lavanda, rosmarino, rovo, solidago, alloro, erba medica, timo, ciliegio e da una varietà composta di erbe officinali coltivate attorno a casa, oltre che da tutte le fioriture che, nel corso della stagione, sembrano irrilevanti ma sono fortemente apprezzate dalle api, come ad esempio tarassaco, biancospino, tasso barbasso, malva, eccetera.

Per oggi basta così.
Piove ancora, governo ladro…magari se nei prossimi giorni continua così vi parlerò un po’ di altri utilizzi del miele, o magari del polline, o della propoli.
Speriamo venga il sole, però.
Adriano.

lunedì 30 maggio 2011

Adotta un alveare - Bollettino del 29 maggio 2011

Buongiorno.
In questa domenica di sole ho poco da riferire, riguardo alle nostre: la visita di ieri ha rivelato che i melari non sono ancora opercolati del tutto e quindi si aspetta.
La differenza di carattere fra bionde e brune si sta rivelando appieno: in mancanza di nettare da bottinare le signore si fan nervose tutte, ma le brune esagerano.
In particolare l’alveare che avevo diviso perché stava andando in sciamatura, e che era il più discolo, ha dato origine dunque a due nuclei, che ho visitato in questi giorni, dopo il dovuto periodo di rispetto; ebbene, adesso abbiamo due casi limite in aviario, non più uno.
Giovedì avevo deciso di controllarli, per la prima volta, tanto per vedere se le regine erano sfarfallate e se stavano mettendo covata, e, non appena aperto, mi hanno assalito e, nonostante la tuta, son tornato, coda fra le gambe a casa, punto su braccia e mano (attraverso il guanto di cuoio…).
Ieri, con più tempo, son tornato, convinto che un simile comportamento fosse adatto solo a un nucleo orfano, e che quindi dovevo disperdere le api nell’apiario e recuperare i telaini con gli ultimi residui di covata da distribuire fra le casette.
Tuttavia volevo accertarmi che la regina non vi fosse davvero, prima di agire: così ho riaperto.
Stessa scena. Allora mi son detto che, se volevano il gioco duro, potevo anche io alzare il livello di scontro: son tornato a casa, ho riempito uno spruzzatore a pressione di acqua aromatica di lavanda (ne ho a secchi, deriva dalla distillazione) e son tornato alla carica.
Con lo spruzzatore in posizione di nebulizzazione ho riaperto la casetta e ho accolto le guerriere con una nube di acqua di lavanda, bagnandole ben bene, quelle che stavano uscendo e quelle in volo, fino a convincerle del tutto.
Nel frattempo nell’apiario si era diffuso un profumo di lavanda che pareva d’essere in un campo fiorito, e molte curiose alate venivano a ficcare il naso.
L’operazione, necessaria ma non il massimo, per le piccole, e da farsi assolutamente solo con tempo caldo e di mattino, così han tutto il giorno per asciugarsi, ha dato i suoi risultati e ho potuto, finalmente, accedere ai segreti del nido: ebbene, non erano orfane, solo particolarmente fetenti!
Ho trovato una piccola sezione di cellette con uova: piccola ma sufficiente a mostrare che la regina, del resto introvabile, fosse all’opera. Bene.
Ho chiuso e son passato all’altro nucleo, cui ho dovuto riservare lo stesso trattamento.
Qui però la situazione era diversa: c’erano ancora diverse celle reali intatte, evidentemente non c’era ancora stato lo farfallamento. Ho richiuso e son tornato a casa.
Certo le brune hanno un caratterino…
 Così ci tocca aspettare, per il miele, e noi aspettiamo.
Vi farò sapere a suo tempo.
Adriano.

mercoledì 25 maggio 2011

Adotta un alveare - Bollettino del 24 maggio 2011.

Buongiorno.
Oggi siamo attorno ai trenta gradi. All’ombra.
Dico: immaginate di essere in venti-trentamila in un cubo di legno alto e largo e lungo, facendo le proporzioni, una cinquantina di metri o poco più, peraltro intasato da immense pareti fatte di cellette  piene di nascituri, miele, polline, dove non è previsto che resti vuoto neppure uno spazio; fuori ci sono trenta gradi all’ombra, e dentro? Con tutta quella cera non si scherza: si potrebbe sciogliere da un momento all’altro e addio…
Che fate? 
Non so voi ma io me ne andrei al volo!
Eppure le nostre, brune o bionde che siano, eroicamente difendono la casa e la covata e le scorte e se stesse: si mettono tutte orientate in un’unica direzione, una dietro l’altra, fianco a fianco, si ancorano con le zampette al pavimento o alle pareti o dove capita e frullano le ali all’impazzata; il risultato è una continua corrente d’aria fresca e asciutta che entra e che fa uscire aria calda e umida.
Poi, la sera, come brave operaie, prendono il fresco fuori casa, a guardar le lucciole, che cominciano a girare, e le stelle, che in queste notti calde e limpide par d’essere ai tropici; si mettono fuori, “fan la barba”, si dice, stanno cioè tutte appese le une alle altre, e lentamente si muovono, si spostano, facendo sentire un sommesso brusìo continuo, come di un chiacchiericcio.
E par proprio che la giornata sia finita, quando si commenta e si parlotta di quel che è successo e di quel che succederà domani, e poi tutte a nanna, ragazze, che domani c’è da cercare nuovo nettare: l’acacia è finita.
E aprendo in questi giorni, che il grande flusso stava finendo, si potevan vedere chiaramente le danze di comunicazione delle esploratrici, che portavano nell’alveare le notizie, e le altre che le stavano ad ascoltare, e poi una prendeva a danzare come aveva visto, a diffondere la notizia, e insomma, se si pensa che così comunicano, c’era davvero un gran daffare fra lavorare e ascoltare e parlare e chiedere e poi le nuove che continuano a nascere e quel polline da spostare e voi andate al piano di sopra con quel nettare e si può aumentare la ventilazione, santiddio?, si muore dal caldo…
Ora abbiamo dunque l’acacia nei melari, e anche nei nidi, del resto: non tutta è stata portata su, alcune famiglie han preferito tenerne un po’ vicino alla covata, e andranno ben sistemate prima dell’agosto.
Quanta ne abbiamo? Allora ecco la situazione: dei dieci originari abbiamo otto famiglie e quattro nuclei, oltre all’undicesimo che sta per essere promosso famiglia.
L’1, l’8, il 9 ed il dieci hanno in melario (con il 9 campione assoluto), a occhio, una sessantina di chili, forse qualcosa di più; il 2, il 3, il 4 hanno una decina di chili a testa che fa un totale di un centinaio di chili; il 5, al solito, gioca a fare il fanalino di coda con i suoi quattro-cinque chili, scarsi.
Ora che si fa? Si aspetta che sia ben asciutto, cioè a dire opercolato: ogni celletta ben chiusa con la cera come fosse una botticina. 
Se sabato mattina, aprendo i melari, vedrò che l’opercolatura è a buon punto, metterò gli apiscampo, che sono aggeggi che servono a far scendere le api ma non a farle risalire nel melario, fra nido e, appunto, melario, e verso lunedì si potrà togliere le cassette e spillare il miele.
Insomma, la settimana prossima potrò dirvi di venire ad assaggiare il vostro miele, anche se dovrà poi riposare un po’, prima di essere imbarattolato. Ma di questo abbiamo già parlato.

Purtroppo, però, non piove, e questo significa che, se non cambia il tempo, ci giochiamo il castagno e i fiori dei rovi e il tiglio; soprattutto il castagno, che, al di là del miele, serve anche a dare impulso alle famiglie per riprendersi e reingrossarsi, dopo il calo della cessazione dell’acacia.
Adesso come adesso non c’è in giro nulla, e in valle han falciato la medica, mannaggia!
Però per ora è andata bene, direi, e quindi speriamo continui così.
Fate la Danza della Pioggia, magari di notte pioggia e di giorno sole, già che ci siamo: quando si chiede, tanto vale chiedere bene.
Un saluto.
Adriano.

venerdì 20 maggio 2011

Adotta un alveare - Bollettino del 19 maggio 2011

Buongiorno.
Siamo alla fine delle grande ubriacatura annuale dell’acacia.
Ancora non è del tutto terminata, perché più in quota ancora ci sono fiori ed anche sui versanti, qua e là, alcune piante biancheggiano.
Sono state bellissime giornate: il ronzìo delle api che andavano a bottinare era intensissimo.
La mia casa è orientata a sud-est, e guarda in valle, e lo sguardo si allunga fino al Begua.
Si vede, in valle, il biancheggiare dell’acacia.
L’apiario è a monte, subito dietro la casa, un paio di piane più in alto: quando le api sfrecciano all’acacia, passano sopra la casa, e ci sono momenti della giornata, i più caldi della mattina, ad esempio, in cui il rumore è talmente intenso che a volte ti chiedi se per caso non sia in corso una sciamatura.
Ormai questa cosa, il rumore delle api, intendo, fa parte della nostra vita, come le feste che ci fanno i cani quando si torna a casa, o l’odore dei cavalli o, in questi giorni, il profumo delle ginestre in fiore. La presenza delle api ha qualcosa di rassicurante: sembran dirti che la vita continua; a saperle guardare sono presenze attive: le vedi se sono indaffarate, o annoiate, se vanno a giro a curiosare o se hanno uno scopo; se sono nervose perché cambia il tempo o se, dopo la pioggia, il tempo si rimetterà subito: son le prime a uscire, con le ultime gocce, se verrà bello.
C’è stato un anno che mi erano morte tutte le famiglie, anche se in realtà ormai ne avevo ben poche, solo un paio: bene, nelle prime soleggiate di febbraio mi mancava il ronzìo, c’era qualcosa che non andava, in quel silenzio; era come un disagio in cui cercavi qualcosa.
Era impossibile non avere api: andai subito a cercare nuovi nuclei e ad aprile quattro nuove famiglie si aggiravano attorno a casa.
Ora, che fra bionde e brune dietro casa siamo a una ventina di casette, la presenza è forte, e va bene così.

Temo dunque che, anche con le sicule, siamo riusciti a fare un po’ d’acacia, per gli amanti del genere.
Ancora non riesco a stimare quanta ma, a occhio, direi che settanta-ottanta chili dovrebbero esserci; in famiglia dicono che sono sempre avaro, nelle previsioni e nelle stime, e secondo me sotto sotto pensano che lo faccio per scaramanzia: io mi guardo bene dal confermare.
Tuttavia la fioritura ancora non è terminata, e i nidi sono ancora in parte pieni di nettare, che dovrebbe essere portato nel melario.
Parlavo ieri con un amico a Finale, che per lavoro è a contatto con molti apicoltori liguri, e mi diceva che molti si stanno lamentando di questa stranezza di avere i nidi pieni di miele e i melari semi vuoti; se ricordate ve ne avevo parlato, quando dicevo che le sicule non stavano andando a melario.
Bene, parimenti è successo a molti altri: ognuno dà la sua spiegazione, naturalmente, ed è divertente, fra gli apicoltori, ascoltare le motivazioni che ognuno si dà di uno stesso fenomeno.
A volte la fantasia si scatena, altre volte è molto istruttivo, altre ancora è consolatorio.
Le api, però, si fan beffe degli sforzi dell’uomo di capire: fan quel che vien loro dettato da tutti i segnali e dall’atmosfera della natura attorno: temperatura, umidità, pressione, andamento delle fioriture, e un’infinità di variabili che noi non ci sognamo neppure di comprendere, non solo separatamente, nonostante barometri, termometri e meteo vari, reumatismi compresi, ma soprattutto nella loro complessità e interazione, intenti come siamo a capire con il cervello e disabituati come siamo a percepire con altri sensi; infine staccati dall’ambiente, e immersi in artifici quotidiani ed eternamente pensanti.
Stare in mezzo all’apiario, con il mantra delle api che incessantemente recita, fra alti e bassi e intensità e pressioni diverse, mi ha sempre dato, già lo dissi, l’immagine della meditazione: il dialogo interiore che, come per magia, si interrompe e lascia spazio ad altro.
Ma forse il ronzìo che avvolge è solo il veicolo esteriore di un contatto, un dialogo con una parte della natura, non diverso dalla sensazione di appartenenza che si abbia, ad esempio, in alcuni momenti di particolare intesa con il cavallo, a giro nei boschi, o magari in immersione a scambiare affettuosità e giocare con pinnuti  o polpi: ognuno avrà la sua.
Ma io divago, come al solito. Sarà l’età.
Vi aggiornerò sabato o domenica, dopo la mia solita assenza per lavoro, e avrò, penso, una immagine definitiva di questa storia dell’acacia, che ormai durerà ancora un paio di giorni o tre, e un quadro delle famiglie, che visiterò, tempo permettendo, sabato mattina, così vedremo se ci saranno altre casette da dividere, altre febbri da convogliare o da lasciar scorrere, e infine dovremmo avere un’idea precisa del miele a melario.
Grazie.
Adriano.

martedì 17 maggio 2011

Adotta un alveare - Bollettino del 16 maggio


Buongiorno!
Non si può andar via un paio di giorni in più del solito che subito succede qualcosa…
E dire che prima di partire avevo controllato tutto, casetta per casetta, perché so che in questa stagione due giorni possono fare la differenza: e difatti…
Allora, per ordine: prima le belle notizie.
Si son decise, alfine, le famiglie, a salire a melario: tranne il 5, meschineddu, tutte quante hanno portato acacia al piano di sopra. Alcune timidamente, cioè il 2, il 3 ed il 4, altre vigorosamente.
Va così, con le api; evidentemente ad un certo punto il numero delle bottinatrici è esploso (ci sarà stata una ovodeposizione particolarmente abbondante 30-35 giorni fa), in concomitanza c’era l’acacia in piena fioritura (ah, che caso…) e così l’alveare fa festa, e noi con lui.
Oggi pomeriggio ho messo il secondo melario all’1, all’8, al 9 ed al 10, che in questi giorni che ero via han deciso di farmi una sorpresa e hanno riempito il primo.
Non è una raccolta di quelle da segnare sugli annali ma, per come eravamo partiti, non ci si può lamentare; a dire il vero, non ci si dovrebbe mai lamentare, con le api.

E la cattiva notizia? 
E’ il tradimento del 7, il mio preferito, quello che più si era espanso, aveva già un melario quasi pieno giovedì scorso. L’avevo aperto, come del resto gli altri, e tutto andava bene: gran covata, su sette telaini belli compatti, tante api, anche tranquille, considerando il carattere siculo; sul fondo delle celle non c’era pappa reale, che se ci fosse sarebbe sintomo di probabilità di imminente sciamatura. Insomma, nulla mi induceva a credere che le cose sarebbero potute cambiare.
E invece stamani apro l’alveare e trovo, a fronte di una eccezionale importazione, tanto che si erano costruite il secondo melario e già vi avevano portato circa due o tre chili di nettare (in quattro giorni…), trovo circa una dozzina di celle reali! Ma come!
Così toccava decidere che fare.
Le celle avevano pochi giorni, naturalmente: tutte ancora aperte, con il fondo di pappa reale in cui nuotavano piccole larve che sarebbero diventate regine; alcune appena accennate, altre già lunghe più di un centimetro.
Cerco la regina, per vedere come sta, come è, e per sentire se mi ispirava una decisione in merito; non la trovo. Faccio passare una seconda volta tutti i telaini, e niente: si è nascosta.
Certo, una regina nei giorni che precedono la sciamatura è più magra, perché non le viene dato nutrimento, ma proprio non trovarla…
Decido di smagrire comunque la famiglia e tolgo due telaini di covata; elimino da questi telaini le celle reali (mi pappo la pappa…) e li metto nel nucleo che avevo fatto di sicule, ricordate?
Così adesso posso mettere il nucleo nell’alveare grande, gli metto sopra il più vuoto dei due melari del 7 e creo la famiglia 11. Punto. 
Torno a cercare la regina nel 7, e di nuovo non la trovo. Decido che è tardi e che sono stanco, così chiudo l’alveare, dal quale tornerò nel pomeriggio, e finisco di visitare gli ultimi tre, chè, a questo punto, non si sa mai…
Nel pomeriggio torno alla carica, ma le api sono molto più nervose, e, nella casetta violata, sono comunque tantissime. Cerco, facendo passare altre due volte i telaini ma nulla.
Mi arrendo: decido di creare la finta sciamatura e spacco in due la famiglia.
Ci sono ancora sei telaini di covata che pongo in due piccoli alveari, cui domani darò scorte, facendo attenzione a togliere le celle reali costruite in mezzo alla covata e di conservare invece quelle sul bordo: ogni nuovo nucleo ha così tre o quattro celle; neppure in queste operazioni fa la sua comparsa la regina.
Ora non resta che aspettare; non aprirò i nuclei prima di quindici giorni, calcolando una settimana perché la regina sfarfalli, uccida le altre e faccia il volo nuziale, un paio di giorni di abbuono e un altro paio di giorni per cominciare a deporre.
Quando aprirò vedrò come è andata: se le nuove regine sono entrambe in salute, se la vecchia è rimasta nascosta in uno dei due nuclei (ma in questo caso, dato che il posto è diverso e dato lo sconvolgimento, dovrebbe essere passata la febbre) o se ho fatto una stupidata.
Se tutto va bene, alla fine di questa storia abbiamo un alveare, cioè l’11, forte e già con melario mezzo pieno, e due nuclei che potrebbero diventare famiglie in estate: non produrranno, ma saranno pronte per il prossimo anno.
Certo, sarebbe stato meglio se non fosse successo, ma tant’è…
Dove è stato il mio errore? Avrei dovuto considerare che si stava accrescendo troppo in fretta, e avrei dovuto indebolirlo di più di quel che ho fatto, ma del senno di poi, si sa, son pieni i melari.
Ora vi saluto, e son contento che abbiamo un po’ di miele: fossi solo io, ma ho da render conto, e la cosa non mi è abituale.

Adriano.

lunedì 16 maggio 2011

Adotta un alveare - Bollettini del 9 e 12 maggio

9 maggio 2011.

Buongiorno.
Visto che, fra un pochino, le nostre dovrebbero fare il lavoro per cui le abbiamo assunte, parliamo un po’ della raccolta del miele.
Forse non a tutti è chiaro come si forma il miele: qualcuno può pensare che, semplicemente, le api raccolgano il miele dai fiori e lo trasportino nell’arnia, ma non è proprio così.
Innanzitutto bisogna sapere che le api trasformano in miele due prodotti della natura: il nettare, che viene raccolto dai fiori, siano essi di campo che di pianta, e la melata, che viene prodotta in altro modo che poi vedremo.
Parliamo ora del nettare. L’ape bottinatrice, con una scelta generalmente collettiva di cui più avanti parleremo, e con strumenti di rilevazione al cui confronto i droni di cupa attualità sono giocattolini, trova il fiore che cerca; succhia il nettare e lo deposita nella borsa melaria, che è semplicemente una piccola cisterna nel suo corpo. Alcuni pensano che, in qualche modo, l’ape digerisca il miele, o che lo trasformi in modo simile a quanto noi facciamo, ma non è così: piuttosto, nell’operazione descritta, vengono aggiunti  al nettare dei secreti ghiandolari - così pure, a volte, per poterlo suggere, l’ape deve “diluire” il nettare con quella che potremmo chiamare saliva, per fare un paragone con il nostro organismo -, in modo simile alla mamma che, per dare i primi alimenti solidi nello svezzamento, mastica il cibo, arricchendolo della saliva, per darlo al bimbo, cosa che anche i lupi fanno, ad esempio; o parimenti ad alcuni uccelli, che rigurgitano il cibo, però in questo caso trasformato.
Comunque, una volta riempita la borsa melaria, la bottinatrice torna all’alveare, dove consegna il nettare raccolto alle api dell’arnia, che a loro volta lo arricchiscono con i loro secreti ghiandolari, e che lo depositeranno nelle celle, dove infinite volte verrà “manipolato”, ripreso e rimesso, fino a diventare miele: tenete conto che il nettare raccolto può avere un’umidità del 70-80%, mentre il prodotto finale, pronto per essere conservato nelle celle opercolate, non supera mai il 19-20%.
Oltre a queste manipolazioni dirette, le api devono tenere costantemente l’aria, all’interno dell’alveare, asciutta, e così “ventilano”: ancorandosi con le zampette e orientandosi tutte in certo modo, frullando le ali da ferme creano una corrente d’aria che esce e porta fuori l’umidità; in certe giornate di raccolta abbondante e di caldo umido, in apiario c’è un profumo di miele che sazia.

Ora, qui casca un altro asino, per dir così: bisogna capire cosa si intende per miele maturo.
Vi riporto, per ampliare un po’ il discorso, un paragone che l’apicoltura biodinamica fa e che a me sembra importante per innalzare la nostra comprensione sugli alimenti; infatti non è sufficiente parlare di biologico, bisogna anche parlare di capacità nutritiva.
Bene, sapete che le celle sono a forma esagonale, ed in natura l’esagono è poco diffuso; i cervelloni dicono che le api fanno le celle esagonali perché così risparmiano spazio e, con minor dispendio di materiale e lavoro, creano costruzioni robuste; naturalmente, ciò è vero, ma non può essere il motivo di base, bensì una conseguenza, altrimenti bisognerebbe pensare che le nostre abbiano fatto studi di architettura: tuttavia son sicuro che qualcuno, malizioso, stia pensando che qualche architetto dovrebbe, invece, andare studiare a scuola dalle api…
In natura un’altra manifestazione ha struttura esagonale, ed è il cristallo di quarzo, SiO2, per la precisione scientifica, cioè Biossido di Silicio.
E’ interessante constatare che, in quasi tutte le culture native, che sono poi quelle che avevano, nei confronti della natura, una comprensione che non derivava dagli studi ma dalla vicinanza, il cristallo di quarzo veniva, e viene, tenuto in grande e particolare considerazione: i Nativi Americani, ad esempio, lo definivano come “le cellule cerebrali di Madre Terra”; per il suo particolare modo di formarsi veniva considerato il minerale che più aveva a che fare con la capacità di conservare la memoria, memoria del posto in cui era cresciuto, del tipo di energie con cui è venuto in contatto, e così via. Molto più prosaicamente, il silicio è utilizzato nei microchip, per le spaventose “memorie” dei nostri computer, compreso quello con cui sto scrivendo queste note; molto meno prosaicamente, al cristallo di quarzo vengono, da tutti coloro che studiano le cose meno visibili del nostro mondo, attribuite capacità particolari, come, ad esempio, l’ampliamento del tipo di energia che possiede chi lo sta usando.
Tuttavia, per non sforare troppo dal discorso che ci interessa, e concludendo sui cristalli, la forma più completa, per dir così, del cristallo di quarzo è quella che, in gergo, viene definita bipolare, cioè il cristallo che, nella sua struttura esagonale, ha non una ma due punte, e che possiede, appunto per il completamento del suo percorso, entrambe le polarità: come la Terra, che ha polarità diverse al polo Sud e a quello Nord.
Bene, la cella, in cui viene formato il miele, ed anche quella che ospita l’apina che nascerà, non solo ha forma esagonale, ma ha il fondo che termina a punta, e, quando viene opercolata, cioè chiusa, assomiglia in modo definitivo ad un cristallo a doppia punta.

Ma noi stavamo parlando del miele maturo, e della sua capacità di nutrimento e del suo potere di guarigione.
Normalmente, fra gli apicoltori, si dice che il miele sia maturo quando, sollevando il favo orizzontale, e dando una scossa, non cola fuori dalle celle, e certamente tutti sanno che è meglio aspettare che le api le chiudano.
Cosa può significare questo parallelismo con i cristalli? Che il miele, come ogni cosa che si forma, ha un processo che ha un inizio ed una fine: ha un inizio nel fiore, come nettare, poi una trasformazione passando di ape in ape, poi una maturazione, depositato nelle celle fino a non essere trasformato più, infine un completamento quando viene opercolato, ed è solo a questo punto che è un nutritivo, quando ha completato il suo ciclo e definito il suo essere.
Così possiamo certo dire che il miele sia maturo quando ha il 19-20% di umidità, ma possiamo dire che sia davvero un nutrimento e che abbia  proprietà non solo antipatogene, ma anche più sottili  solo quando sia stato opercolato.
Beh, direte voi, che ci cale? Ci cale che, come sempre, l’uomo ha messo lo zampino: ha inventato i deumidificatori.
A cosa servano lo capite da soli, il perché si usino merita due parole.
Le api sono fedeli ad un tipo di nettare fino a che si trova in proporzione maggiore rispetto ad  altro tipo; quando la proporzione si avvicina al pareggio importano entrambi i tipi, poi passano a quello che, a sua volta, primeggia.
Se io voglio avere un monoflora puro, ad esempio l’acacia, devo togliere i melari prima che cominci la nuova importazione; tuttavia le api han bisogno di tempo, per asciugare il miele e per opercolarlo; oppure magari capita che in quel periodo piova, o venga aria umida dal mare, ed i tempi delle api allora si allungano, a volte anche di settimane: si va a vedere, e ancora, e ancora non hanno opercolato…; oppure uno ha trecento alveari, e non può certo perdere giornate ad aspettare che quelle poltrone alate si sbrighino: ha da fare, tempi da rispettare, e così via.
Così l’apicoltore moderno, quello che ha un sacco di macchinari, toglie i melari e smiela, perché tanto, col deumidificatore, farà rientrare il suo miele nei parametri della legge, che, giustamente,  proibisce di mettere in commercio miele che abbia più di una certa percentuale di umidità.
Con buona pace delle api, che si vedono sottrarre un lavoro non finito.
Io, quando facevo l’artigiano, in gioventù, provavo fastidio a non poter completare il lavoro che stavo facendo: avevo l’impressione che il separarmi dal prodotto, non finito esattamente come lo volevo, svilisse, in qualche modo, il mio operato e quindi me stesso; peggio ancora fu  quando, lavorando in fabbrica, mi occupavo solo di una parte limitata del processo produttivo: come a ripetere tante volte una parola, che alla fine perde di significato, così il mio gesto appariva, alla lunga, inutile, ed io con esso mi sentivo straniato.
Proveranno le api la stessa cosa? 
Infine, il processo di maturazione, per come lo abbiamo descritto, non è finito: cioè, lo è per le api, ma poi viene il lavoro dell’uomo.
Ma di questo, assieme alla melata, vi parlerò la prossima volta.

Le api? Le ho lasciate lavorare: qualche giorno senza aprirle va bene; entro mercoledì dovrò invece averle visitate tutte, a vedere che succede nel nido e a controllare i telaini-trappola (ricordate?) e a pareggiare se per caso qualche famiglia abbia deciso un’impennata di crescita e, infine, a sbirciare nei melari, a farmi cambiare l’umore a seconda di quel che trovo…
In fondo, ogni volta che si va a visitare le famiglie, non si sa mai cosa si troverà: c’è sempre, quindi, l’emozione della sorpresa, il fascino della scoperta…anche dopo tanti anni.
Adriano.




12 maggio 2011.

Eccomi qui, buongiorno.
La volta scorsa eravamo rimasti al compimento del lavoro delle api, per quanto loro spetta: ora tocca all’apicoltore, cioè, nel nostro caso, a me.
Quindi avremo, si spera, i melari pieni, o comunque opercolati, e, dopo aver con sottile artifizio fatto scendere le lavoratrici dal melario al nido, porteremo il melario, senza api, in laboratorio.
Qui smieleremo, cioè tramite centrifuga si estrarrà il miele dai favi, che poi andranno riportati dalle api per essere asciugati e puliti di fino, lo si filtrerà e lo si metterà a riposare in un contenitore di acciaio che si chiama maturatore.
In realtà il miele non deve maturare, ma riposare –evidentemente non si sarebbe potuto chiamare il contenitore “riposatore”-, cioè deve stare fermo, ricomporsi dalla fatica della centrifuga e lasciar salire in superficie le microscopiche bollicine d’aria che si sono incorporate nell’operazione, le quali formeranno, per qualche giorno, una sorta di schiuma, che andrà asportata –io lo faccio un paio  di volte al giorno- fino a che non apparirà più.
A questo punto, di solito, il miele viene imbarattolato, e ciao.
Invece io, che non ho nulla da fare durante la giornata, mi metto a fare quel che una volta era abituale, cioè mescolo. Lo faccio a mano, con una lunga spatola di legno di faggio, a spirale partendo dall’esterno per arrivare al centro, e lo faccio per un po’ di tempo, diciamo quindici giorni o venti, mattina e sera per qualche minuto nei giorni di fiori e di frutti, secondo il calendario biodinamico.
A che serve? A finire bene il lavoro: il miele, mescolato in questo modo, quando cristallizzerà, lo farà a grana fine, anche se di quelle essenze che, lasciate a se stesse, cristallizzerebbero grosso.
Il lavoro del mescolamento andrebbe terminato quando, muovendola, dietro alla spatola si forma un solco nel miele, lungo circa una spanna. A quel punto si può imbarattolare, si mettono i barattoli al riparo dalla luce, ad esempio in scatole di cartone e ci si congratula per il lavoro fatto.
Di solito, però, se non ci sono immediatamente altre fioriture, quando si tolgono i melari, sarebbe bene dare un po’ di nutrimento alle nostre.
A questo proposito, bisogna sapere che, in assenza di scorte adeguate, e in autunno pena la morte della famiglia, bisogna nutrire le api, e la cosa migliore è, infine, lo zucchero: si fa uno sciroppo con zucchero bianco, perché quello di canna ha dentro sostanze che le api non riescono ad assimilare e da loro problemi intestinali (anche le api hanno la diarrea…); si fa una tisana con varie erbe a seconda della stagione: achillea, tarassaco, alloro, timo, lavanda, camomilla, ortica, equiseto…; si mischia e si somministra in quantità adeguate alla situazione.
E’ una leggenda metropolitana quella che racconta che il miele che cristallizza è miele di api a cui è stato dato zucchero: il miele cristallizza; tutti i mieli cristallizzano: alcuni tipi lo fanno dopo pochi giorni dalla raccolta, ad esempio il tarassaco ed il frassino, che solidificana addirittura nell’alveare; altri dopo mesi o anche più di un anno, come ad esempio l’acacia, che adesso per legge va chiamata robinia, e che tanti chiamano gaggìa.
Anzi: i mieli che trovate in commercio di grandi ditte, e non faccio nomi, liquidi e stabili, anno dopo anno sempre uguali, sono stati scaldati per stabilizzare il miele, per farlo, come dire, morire, cioè renderlo un alimento non più vivo.
Come i surgelati, belli, colorati e morti.
Quindi se vedete in giro miele cristallizzato significa, almeno, che non è stato pastorizzato né manipolato col calore: non vi stanno imbrogliando.

Sì, ma…la melata?
La definizione esatta sarebbe “miele di melata”, per distinguerlo dal “miele da nettare”.
Nelle pianure tutti gli anni, ma da noi solo ogni due-tre, ci sono periodi con condizioni particolari in cui c’è una grossa diffusione di afidi sulle piante; costoro, di mestiere, bucano con il rostro (si chiama così…) gli aghi di pino o, come da noi, la pagina inferiore delle foglie di quercia, e suggono la linfa che, in quanto animali, digeriscono, per poi rilasciare una sostanza zuccherina che le api –ma anche le formiche, che in certe zone creano veri e propri allevamenti di afidi- cercano, raccolgono, stimolando le bestioline, e trasformano in miele, che sarà colorato a seconda della pianta su cui è stato raccolto: ci sono melate verdi, in montagna; la nostra è marrone scuro: vien dalla quercia.
Dal punto di vista chimico è miele a tutti gli effetti, ma la differenza è che il miele viene dai fiori e non è digerito dall’animale, come abbiamo visto; la melata viene dalla pianta stessa e ha il passaggio dell’animale afide; la melata sembra essere più ricca in sali minerali, è tendenzialmente più densa, più pastosa e non a tutti piace. Io la conservo per l’inverno: la trovo una riserva ricostituente in situazioni di freddo e l’umido.

Adesso veniamo ai nostri alveari, visto che ho completato la visita che dovevo.
Situazione esterna: l’acacia è già sfiorita sulle piante giovani, è in piena fioritura su quelle medio-alte, e le piante più vecchie e quelle più in quota stanno iniziando adesso a fiorire.
Situazione interna: sui dieci alveari, il 6, il 7, il 9 ed il 10 sono andati a melario, cioè le api sono salite a deporre il miele, anche se davvero pochino pochino, a parte il 7 che è in testa e ha quasi completato un melario; l’1,il 2, il 3, il 4 e l’8 sono adesso in procinto di imbiancare e quindi non sono ancora saliti; infine il 5, meschino, ha ancora covata solo su quattro-cinque telaini.
Vi do modo di fare un paragone: come sapete avevo alcune famiglie di ligustica dallo scorso anno ed ho preso alcuni nuclei di Buckfast e di ibride, per avere modo di capire le differenze.
Bene, su sei alveari, in totale, cinque sono andati a melario, ma ad oggi lo hanno già quasi riempito, ed uno è rimasto indietro, iniziando ad imbiancare ora.
Ancora: avevo apposta fatto tre nuclei, uno di sicula, uno di Buckfast ed uno di ibrida, praticamente nello stesso momento, cioè a dire nell’arco di circa una settimana; il nucleo di ibrida adesso ha quattro telaini di covata, la Buckfast ne ha tre e la sicula due.
Conclusioni? Nessuna, per ora: stiamo ad osservare e accumuliamo informazioni.
Sembrerebbe che le sicule siano più lente ad ingrandire la covata, e certo producono meno cera, a parità di forze; tuttavia ancora non posso dire come siano a raccogliere, dato che ora non c’è paragone fra le varie famiglie: le bionde (Buckfast ed ibride) sono cresciute sicuramente di più delle nere.
Ma noi abbiamo iniziato questa avventura, dobbiamo ricordarlo, con l’intento non solo di fare miele, ma, anche e soprattutto, per cercare una via d’uscita dalla attuale situazione apistica compromessa e costretta ad usare sostanze chimiche o di sintesi, quindi ci interessa anche e soprattutto come andrà a finire la stagione della raccolta nel suo insieme, che da noi termina a fine luglio, con (a volte) uno strascico per la melata alla fine di agosto, e come sverneranno e come riprenderanno a febbraio. Quindi abbiamo davanti ancora nove mesi di verifica. 
Certo tutto ciò, ed è per questo che ho voluto tenere paragoni fra varie razze, ci servirà per decidere cosa fare il prossimo anno: a me per scegliere quale razza moltiplicare e a voi, e ad altri che volevano entrare nel gioco ma che abbiamo messo in stand-by per non fare una cosa troppo grande, per decidere se continuare o no.
Nel frattempo ci siamo conosciuti, e spero che queste note possano servire, al di là del rapporto con me, per ampliare la condivisione su un argomento che sta a cuore a tutti noi, cioè a dire il sapere con cosa si desidera nutrirsi, come lo si vuol fare e cosa ci sta dietro a quel che lasciamo entrare nel nostro corpo.
Dunque faremo miele?
Probabilmente acacia no, a meno che un paio di famiglie abbiano lo sprint finale su quest’essenza, ma anche in questo caso non sarà poi molto.
Staremo a vedere il tempo, se l’acacia prolungherà la fioritura o se ci pioverà sopra; se il tiglio seguirà a ruota o se inizieranno sciamature, eccetera.
Per chi tiene le api stanziali e non fa nomadismo, e magari dirò il mio parere su questa pratica, la dipendenza dalle variazioni del tempo meteorologico è assoluta.
Probabilmente avremo del millefiori molto chiaro, che poi, assieme alla melata, è la varietà che personalmente preferisco.

Ma, se foste in apiario in questi giorni di raccolta, vivreste una situazione che ripaga della fatiche e delle apprensioni: anzitutto nell’aria c’è un profumo di nettare che a volte è davvero inebriante, poi si respira una situazione di pace e di operosità allo stesso tempo: le apine sono indaffaratissime, e scivolano fuori dagli alveari così velocemente e, con un intento così determinato, si mettono sulla linea di volo che è uno spettacolo vederle; allo stesso tempo sono tolleranti, si lasciano avvicinare senza problemi –anche le sicule!!!- e ci si può camminare in mezzo lasciandosi avvolgere dal ronzìo e dalle vibrazioni dell’aria.
Sono giorni magici, questi, che non si ripeteranno più fino al prossimo anno: infatti, dipendentemente dall’essenza che viene raccolta, le api cambiano umore; ad esempio, raccogliendo il castagno, sono molto più irritabili, acide, si direbbe: infatti il castagno  contiene tannino, ed anche il veleno cambia: se vi fate pungere sotto acacia poco male, ma la puntura di un’ape che sta bottinando castagno brucia molto più intensamente.
Per compensare, osservando le api che bottinano sui fiori di tiglio, si vede con chiarezza che sono sotto effetto di sostanze stupefacenti: il tiglio infatti ha un blando effetto ipnotico e le api sembrano volerselo vivere tutto.
Così godiamoci questi giorni di raccolta dell’acacia: poi sarà il tempo del tiglio e del castagno, poi dei fiori del bosco, cioè a dire rovi, solidago, lampone e quant’altro, e speriamo che qualcuno lasci andare in fiore la medica; infine, forse, della melata.
Ci risentiamo la prossima settimana.
Adriano.